I primi pensieri del nostro coach

Ieri ero in panchina ad una Final Four di un campionato giovanile Femminile. Partita equilibrata ed emotiva, ricca di errori, come tutte quelle che contano, a qualsiasi età, più che mai per giovanissime giocatrici. Metà terzo quarto, punteggio in equilibrio. Un nostro tiro in attacco prende il ferro, sul rimbalzo vagante in attacco si avventano una delle mie e tre avversarie. La palla finisce fuori. Ho la percezione che la palla sia nostra, il giovane arbitro la assegna agli avversari. Diciamo che manifesto il mio disappunto in maniera colorita, e sto ancora sbraitando quando la mia giocatrice mi si avvicina e mi fa “Coach, l’ho toccata io”. Mi giro verso gli arbitri, la panchina avversaria, il pubblico. Mi scuso con tutti. 
La partita va avanti. Metà quarto periodo, siamo avanti di poco ma la partita è ancora aperta. Una delle ragazze della squadra avversaria penetra sul fondo, marcata da una delle mie che la accompagna vicino alla linea. L’arbitro sul fondo non fischia. L’arbitro a metà campo fischia fuori. Io sono abbastanza vicino alla linea di fondo per vedere che la ragazza non ha messo i piedi fuori. L’allenatore avversario giustamente si fa sentire, ma lo faccio anche io, segnalando all’arbitro che ero messo meglio per vedere e che la palla era in gioco. “Grazie Coach” mi fa il giovane arbitro e da rimessa in attacco per loro. Finisce la partita, vinciamo di una decina giocando un bel 4’ periodo. Alla fine sono fuori dal campo a parlare con un dirigente quando mi si avvicina una Signora.
“Scusi Coach, sono la mamma di una delle ragazze dell’altra squadra, la volevo ringraziare per la sua sportività, non capita tutti i giorni di giocare in un ambiente sereno e leale.”
La ringrazio, inutile dire che le sue parole mi fanno piacere.
Però poi a freddo ci rifletto.
E mi chiedo se è normale che si debba sottolineare una condotta che dovrebbe, senza falsa retorica, essere la normalità, specialmente nel mondo della pallacanestro giovanile. Continuo a ringraziare la Signora, ma un po’ mi rattristo. E penso che sarà un bel giorno quando potremo vivere ogni momento della vita sportiva dei nostri ragazzi, con la serenità che merita, senza dovercene stupire.

MR

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