Secondo appuntamento con la rubrica “Pensieri Liberi” raccontati dal nostro coach!

Ci sono quelle giornate.
Quelle in cui sei uscito alle 6:30 del mattino, sei andato al lavoro, poi di corsa in una palestra per il primo allenamento; poi il minibasket, quindi riprendi la moto e di corsa ad una partita dall’altra parte di Roma..Infine, l’ultimo allenamento della sera, che ti fa ritrovare ad aprire la porta di casa quando i tuoi coetanei sono già a letto da un pezzo. Capitano quei giorni nei quali mentre apri quella porta, una vocina in testa ti sussurri “ma a te, a quarant’anni.. Ma chi te lo fa fare???”
E in fondo un po’ sei tentato di mandare tutto all’aria e di iniziare a fare una vita più umana, almeno per orari e qualità.
Passano quei cinque secondi in cui hai pensato che forse sarebbe il caso di……..
Ma poi per ogni malato di Basket, c’è una motivazione che ti viene in soccorso e che è quella che genuinamente ti spinge a fare questa vita. È come avere il pulsante di emergenza.
Premere solo in caso di necessità. Ciascuno ha il suo.
Il mio, si chiama Zoe.
Anno 1999, avevo la metà degli anni ed il triplo dell’entusiasmo e dell’energia. La mattina quasi tutti i giorni avevo lezioni di minibasket con le classi di una scuola elementare in un quartiere popolare di Roma. Facevo anche 6-7 ore di fila senza mangiare, spesso anche senza andare in bagno.. Una classe dopo l’altra in una mattina avevo a che fare con oltre 150 bimbi dai 6 ai 10 anni.. E tra questi bimbi, una mattina di inizio settembre, mi sono imbattuto in Zoe.
Zoe era una bimba mora, piccola ed esile, con dei grandi occhi neri ed un sorriso stampato sul viso fin dal primo momento in cui ha messo piede in palestra. Si era trasferita in questa classe, una terza elementare perché i genitori si erano spostati da Roma Nord a Roma Sud per esigenze di lavoro. La noto subito tra gli altri perché è una faccia nuova e chiedo notizie alla maestra. Lei mi racconta di una bimba fragile, con lievi tratti di autismo e un devastante problema: il mutismo selettivo. Non riesce a concentrarsi, non coordina bene il corpo, e non parla praticamente con nessuno. La maestra mi dice di non aver sentito mai la sua voce.
Inizio la lezione, lei è in mezzo agli altri. Tiene la palla in mano ma non ha la forza di lanciarla, gli altri corrono e saltano e lei resta lì impacciata al centro del campo, visibilmente in imbarazzo. Quando è il suo turno di provare a tirare a canestro, la palla si alza non più di 50 cm dalle sue mani e non si avvicina neanche lontanamente all’obiettivo. Osservo e cerco una soluzione. A metà lezione la classe va a bere, io prendo Zoe e la porto vicino ad un angolo della palestra. Lì c’è una palla di gommapiuma e uno di quei canestri senza tabellone che gli alzatori della pallavolo utilizzano per affinare la mira nel palleggio. La metto davanti a quel canestro, alto nemmeno due metri e le do la palla di gommapiuma. Lei mi guarda con sospetto. Io le sorrido. Lei prova a lanciarla ma non va neanche vicina al bersaglio. Io corro a riprendere la palla e mi riavvicino a lei. Intanto i compagni sono tornati in palestra e iniziano ad osservare incuriositi la scena. Io li avevo osservati prima, durante i giochi. Non la prendevano in giro, anche se lei restava praticamente immobile in mezzo al campo. Anzi, sembravano cercare di fare il possibile per non mancarle di rispetto, per evitare di metterla in difficoltà. E questo mi aveva già stupito e non poco. Adesso stavano lì attorno a noi a vedere Zoe che lanciava la palla e il Maestro di Basket che correva a prenderla. Tre lanci, cinque, dieci. Mi avvicino e le do qualche consiglio sulla postura, sul modo di impugnare la palla. Al 30’ tiro, la palla sfiora la retina del canestro, In maniera quasi impercettibile, ma a lei basta per fare un enorme sorriso e ai compagni per far scattare un applauso sincero.
Da quella retina sfiorata, inizia un mondo.
Ad ogni lezione, Zoe ha un obiettivo. È lì al suo canestro laterale con la sua palla di gommapiuma. Per le prime volte, deve toccare almeno cinque volte la retina con la palla, poi dieci volte. Ogni tanto vado io a ripassarle la palla, ogni tanto i suoi compagni si offrono volontari a turno per farlo. E lo fanno volentieri. Anche se vuol dire per loro non giocare.
A Novembre l’obiettivo diventa il ferro, a gennaio la palla di gommapiuma è sparita e Zoe quel ferro a due metri lo colpisce con la palla da minibasket. Zoe sorride sempre più spesso, non parla con la bocca, ma con gli occhi si. I compagni l’hanno adottata e rinuncerebbero tutti volentieri a giocare per stare con lei a vederla sorridere quando la palla colpisce quel cerchio di ferro arancione. A Febbraio, per la prima volta la palla entra nel canestro. Un boato che neanche alla Finale di Coppa del Mondo. La maestra è incredula, Zoe ha gli occhi che le brillano, i compagni escono dalla palestra litigandosi il privilegio di essere l’amico del cuore di Zoe.
Passano altri due mesi, e i canestri segnati da Zoe al piccolo canestro della Pallavolo continuano ad aumentare. Aumenta anche la distanza dal canestro che lei riesce a coprire con la forza delle braccia. Arriva l’ultimo giorno dell’anno, il 12 Giugno, me lo ricordo come se fosse ieri anche perché era il compleanno di mia madre. È l’ultima lezione e si fanno le gare finali. Zoe mi fa da assistente, mi aiuta ad arbitrare, partecipa come può alla vita della classe. E i suoi compagni, meravigliosi, non perdono occasione per dimostrarle affetto. La lezione è quasi finita, Zoe sta tirando al suo canestrino e la palla ormai va dentro con continuità. La guardo tirare e decido di rischiare. La chiamo da me, lei arriva con la sua palla e i suoi grandi occhi neri. Non mi ha detto una parola in nove mesi, eppure abbiamo parlato più io e lei con gli occhi di quanto avremmo potuto fare con la bocca col resto della classe. La prendo per mano e la porto davanti al canestro vero. I compagni si siedono attorno al Campo, capiscono che c’è qualcosa di strano. Anche la maestra sembra preoccupata e la capisco, mi sto prendendo un bel rischio. Sistemo Zoe davanti al canestro e le do la palla, due rapidi consigli e due parole di incoraggiamento. Lei sembra un po’ preoccupata, ma decide di provare. La palla sfiora la retina, del canestro vero. La classe esplode, Zoe sorride, ma io non mi accontento. Le faccio fare mezzo passo avanti. Altre due parole, un paio con la bocca, un milione con gli occhi, e lei prova di nuovo. Stavolta la palla tocca il ferro del canestro. In palestra inizia un Carnevale che Viareggio spostati proprio. Fatico a sedare e a sedere i compagni. La maestra è praticamente in lacrime dalla gioia. Un ultimo piccolo passo in avanti, un po’ di ginocchia piegate in più, un paio di tiri che ballano sul ferro. Poi, finalmente, quella palla si appoggia sul primo ferro e per la prima volta nella vita di Zoe, entra nel canestro e scende nella retina.
Le scene di panico successive scorrono come fotogrammi ancora impresso nella mia rétina. I compagni che si buttano su Zoe, la abbracciano, la portano in trionfo. La maestra che non sta più nella pelle e mi viene ad abbracciare. Zoe sorride, quasi imbarazzata da tutto questo affetto. I ragazzi si rivestono e lasciano la palestra sempre inneggiando alla loro beniamina. L’eco delle voci si spegne in corridoio ed io resto lì nella palestra vuota a mettere a posto palloni ed attrezzi. Ad un tratto, mi sento tirare la maglietta. Mi giro, e davanti a me c’è Zoe. Mi prende la mano e mi invita a scendere giù, quel metro di differenza in altezza tra me e lei la disturba. Mi porta al suo livello, e mi abbraccia. In maniera impacciata, come fanno i bambini, ma con tutta la spontaneità dei suoi 8 anni. Mentre mi tiene stretto, la sento dire “grazie!”. Le rispondo che non c’è di che, che mi ha fatto piacere vederla segnare e soprattutto vederla felice. Poi realizzo. Zoe mi ha parlato. È la prima parola detta dalla bimba in quella scuola è stata “grazie”, e lo ha detto a me.. Lei è già scappata via, tutta rossa per l’imbarazzo, io mi siedo un attimo per terra, con una strana euforia addosso. Ecco, dopo vent’anni, quella strana euforia e quel nome, Zoe, sono sempre la risposta alla domanda chi te lo fa fare.
Ognuno ha la sua risposta.
La mia, si chiama Zoe.

MR

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